Quando essere se stessi diventa un problema
 

“Shyness is nice, and shyness can stop you from doing all the things in life you’d like to” (La timidezza è carina, ma la timidezza può fermarti dal fare tutte le cose che ti piacerebbe fare nella vita), cantavano The Smiths nella loro memorabile Ask del 1987.

Una delle maggiori difficoltà degli sposi il giorno del loro matrimonio è quella di riuscire a farsi fotografare in attimi di piena spontaneità espressiva che testimonino le emozioni che stanno vivendo. Perché è così difficile? Proprio per la paura di non riuscirci.

 

L’ansia e la paura di non riuscire ad essere se stessi prendono il sopravvento perché sentirsi osservati, inquadrati, guardati è qualcosa che invade la sfera della riservatezza e del pudore, che tocca la parte più intima della persona. È normale provare un senso di timidezza… un disagio, un imbarazzo, misto a soggezione.

A questo si aggiunge la paura di non essere all’altezza. In un mondo dove apparire perfetti sembra avere la massima importanza, è facile non sentirsi abbastanza: non abbastanza belli, non abbastanza magri, muscolosi, abbronzati, sorridenti, in forma. Non si è soddisfatti della propria immagine e ci si vergogna. La paura di non essere fotogenici, o di essere giudicati dagli altri, richiama un costante ‘sentirsi imperfetti’, inadatti.

Ma non è tutto.

Può esserci una paura più profonda: quella di essere “messi a nudo” e di essere svelati per come si è davvero. È il timore di vedersi con gli occhi degli altri e di trovare forse smentita l’immagine che ognuno ha di se stesso.
Fotogenici si diventa.

Una bella fotografia di ritratto non è una “oggettiva” documentazione della fisicità di una persona, ma deve rivelare la sua personale e unica bellezza. Fotogenici si diventa: quello che davvero conta è lasciar trasparire qualcosa di sé da uno sguardo, da un gesto istintivo. Un’emozione, un piccolissimo spiraglio dell’anima. Per far questo, però, bisogna sentirsi accolti e immersi in un clima di fiducia. Per questo è importante affidarsi alla sensibilità di un fotografo capace di capirvi, capace di guardarvi e farvi guardare con uno sguardo diverso, in grado di cogliere la vostra bellezza più autentica. Che non è la perfezione artificiale delle pubblicità o delle foto sulle copertine delle riviste, ma è la parte più vera di noi. Farsi fotografare con questi criteri diventa un punto di partenza per conoscersi e assumere consapevolezza di sé e delle proprie potenzialità. L’esperienza della fotografia di matrimonio diventa così un momento di esplorazione e di analisi, un atto di indagine, in cui mettere a nudo se stessi per scoprire una lettura diversa di sé. Le immagini finali diventeranno tracce di un momento unico: un giorno da protagonisti, in cui imparare a vedersi diversi, superare l’imbarazzo, scoprirsi migliori e, al tempo stesso, veri.

 

Ti svelo un segreto, si chiama empatia.

Abbiamo aperto questo articolo con una citazione e lo chiudiamo con una definizione: “Empatìa: in psicologia, in generale, la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato, prevalentemente senza ricorso alla comunicazione verbale” [Treccani]. È proprio l’empatia uno degli elementi più importanti della fotografia di matrimonio ed alla base del metodo Realwed. Quando fotografo metto al primo posto le persone e le relazioni personali. Le ascolto, imparo a conoscerle, condivido la loro storia, le loro paure, la loro gioia. Condivido con gli sposi e con le loro famiglie un pezzetto di strada, quello che conduce al giorno del sì. E in questo clima di amicizia, di affiatamento si creano le basi di un rapporto empatico, di fiducia, di conoscenza reciproca che permette agli sposi di essere rilassati e naturali anche di fronte all’obiettivo della macchina fotografica e di riscoprirsi belli, felici, veri.

Vuoi anche tu dare forma al racconto del tuo matrimonio con emozionanti fotografie spontanee?