Un solo obiettivo: lasciarsi guardare
 

Quando decidi di farti realizzare un servizio fotografico di matrimonio la condizione implicita è: accettare di lasciarsi guardare! Non semplicemente essere visti, ma osservati. Scrutati, studiati, analizzati. Ma non è facile. C’è sempre una piccola grande barriera di timidezza, di pudore, di timore. Il fotografo dietro l’obiettivo della sua macchina fotografica esamina, scruta, indaga, alla ricerca di qualcosa: un dettaglio, un piccolo particolare. Esplora.

 

L’intera sessione fotografica si traduce così in una volontà di contatto con il soggetto, nell’attesa del momento esatto in cui le barriere cadono. È quello il momento in cui il fotografo, se dotato della giusta attenzione e sensibilità e se non vuole limitarsi ad uno scatto qualsiasi, sa di poter vedere oltre le apparenze e fotografare l’essenza stessa della persona che ha di fronte. Chi viene fotografato, dovrebbe accettare di lasciarsi guardare, dimenticarsi di essere di fronte all’obiettivo, essere spontaneo, rilassarsi e non pensare al risultato, ma godersi il momento e divertirsi. Ma questo non è un passo facile. Del resto, affidare alle mani di un estraneo la propria immagine non è cosa da poco.

 

Come si supera la timidezza dinanzi alla macchina fotografica?

La fiducia è un punto centrale del rapporto che si instaura con il fotografo: non si basa solo sul suo portfolio e sulle sue capacità tecniche, ma su quell’alchimia necessaria a far sì che ci si senta liberi di potersi affidare a lui senza riserve.

Quella magia, si chiama empatia, dal greco “εμπαθεία”: en- “dentro” e –pátheia “sofferenza o sentimento”. È la capacità di stabilire un contatto profondo col soggetto, che permette di entrare in sintonia con lui, “mettendosi nei suoi panni”, vedendo con i suoi occhi, ascoltando con le sue orecchie, sentendo con il suo cuore. Un legame mente con mente, anima con anima, che permette al fotografo di saper leggere le emozioni e comprendere in modo immediato lo stato d’animo di chi ha dinanzi al suo obiettivo, facendolo sentire a suo agio.

L’interazione tra fotografo e soggetto, durante un matrimonio, non è solo uno scambio reciproco in cui il fotografo concede il suo tempo e il soggetto la sua immagine: le loro due vite si incrociano, si arricchiscono reciprocamente e trovano una sorta di sintonia da cui nasce il racconto fotografico.

Il reportage di matrimonio è un lavoro collaborativo in cui c’è comprensione e intesa, partecipazione e condivisione, complicità e collaborazione. Un percorso, alla fine del quale ci sarà il racconto di quel bellissimo giorno e di tutte le emozioni che lo hanno accompagnato.

È questo delicatissimo equilibrio che fa la differenza tra una fotografia ben fatta, ma sterile e asettica, e un racconto coinvolgente, che, grazie alle emozioni vissute insieme e alla lettura che ne ha dato il fotografo, dona nuova luce ed è capace di rivelare l’anima più vera del soggetto che si è lasciato guardare e fotografare.

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